YouTube – Tropfest NY 2008 winner, “Mankind Is No Island” by Jason van Genderen.
Behind the scenes tour of of an award-winning creative farm, juicing process and distribution in South West England.
The South West produces some of the UK’s finest creative work (animation, web design, design, fashion, architecture….) Now you know why….nice conditions, space to breathe and opportunities with some of the best firms around.
Amore, universo, infinito, matematica, tenerezza… Poche parole, di una vastità disarmante, per descrivere cosa sia significato vivere il concerto di Franco Battiato a La Cigale.
Per me era la prima volta, la prima volta che assistevo a tanta dolcezza, a tanta esperienza messa su spartito e su parole profondissime.Il piccolo teatro, l’ambientazione di una Parigi di fine ’700, la gioia e la fratellanza tra le persone presenti in sala, il cantare all’unisono, il comprendere quei testi così raffinati da impregnarsi del quotidiano di ciascuno ed elevarsi al divino.
Per quella sera, per quell’unica sera, Sono riuscito a vedere la Prospettiva Nevskij anche senza esservi mai stato, nè aver guardato mai foto che l’abbia ritratta.
[singlepic=344,200,160,,left] L’odore di vecchi mobili, una tv senza telecomando… Bisogna alzarsi per cambiare canale ed il click del bottone è talmente forte che sembra una colpo di frusta contro la televisione, quasi bisognasse addomesticarla come un animale feroce per farla obbedire. Mia mamma ha un grembiule rosa sbiadito con fiori bianchi e la luce del giorno la rende bella; quel lembo di stoffa rosa è il simbolo stesso della certezza di una vita serena; un sorriso aperto ed un po’ timido, l’abbraccio di un bambino che tiene strette due ginocchia, il premio di una mano dall’alto che gli accarezza la testa…
Mamma…quand’è che mi sono perso? Quand’è che ho smesso di sognare così forte che quando immaginavo di volare, fticavo a credere che fosse solamente un sogno; avrei voluto dire alla persona di fronte a me: “Ma l’ho fatto 2 minuti fa, te lo giuro! Mi stavo alzando in volo come un aquilone…”. Quando è scattato quel “click” nella mia vita? Deve essere stato come lo schiocco di frusta del pulsante della tv per quello che è successo… eppure non l’ho sentito, non c’era rumore, non c’era dolore, solo silenzio e cambiamento impercettibile e lento ma inesorable.
Sono cambiate le cose, ne sono cambiate tante e cerco di mantenere la mente allenata nel ricordarle, nel ricostruirle in ordine cronologico, ma non è facile… Forse è proprio questo il punto in cui ti rendi conto che il tempo risulta essere solo una convenzione stabilita, non un valore assoluto e, di conseguenza, la stessa unità di misura utilizzata non rende i migliori risultati per lo scopo che si persegue.
E’ un viaggio, è il famoso “conosci se stesso dei greci”, credo sia un percorso obbligato; in fondo, cosa potrò pensare di me tra 50 anni se dovessi guardarmi allo specchio? Un uomo è obbligato ad impegnarsi per dare senso alla sua vita fino all’ultimo giorno, siamo fatti per grandi cose, non per essere trascinati in balia degli eventi.
Sono riuscito a ritrovarmi, almeno in parte; ho cancellato un po’ di quel senso di desolazione che ti porta a buttarti via senza che nemmeno tu te ne accorga e devo tutto questo ad una persona sola. Piano piano torno a riscoprire alcuni lati di me che credevo scomparsi, e mi piacciono e penso che forse non è tutto perduto, anzi! Mi sono chiesto spesso, anche in passato l’istante esatto in cui quel famoso “click” è scattato e soprattutto, il perchè sia successo, ora sto smettendo…Per la prima volta smetto di pormi quella domanda e vivo tutta la meraviglia che mi piove addosso ogni giorno.
A volte però, nel bel mezzo della notte, quando nemmeno il buio riesce a sentire i miei pensieri, apro gli occhi ed una frase mi rimbalza nella testa: “Mamma…Quand’è che mi sono perso?…Quand’è che ho smesso di volare?”
MI sebrava degno di nota, anche se un po’ in ritardo; direttamente da dave’s blog
[singlepic=343,390,410,,center]
[singlepic=342,280,200,,left]Anche quest’anno l’estate è arrivata alle porte, anche quest’anno le vacanze cominciano ma, quest’anno, a differenza di altri, mi sembra di tornare un po’ bambino, sento i colori nell’aria, quel fermento e quell’agitazione che, da bambino, caratterizzava la partenza per destinazioni lontane. Sono felice, sono oltremodo felice perchè l’aria è frizzante e perchè al mio fianco non potrei avere miglior compagna di viaggio.
Sogno luoghi torridi, cicale e romanticismo, sogno musica lontana nell’aria calda del deserto, sogno odori di pelle al sole e di salsedine… Buone vacanze a tutti, vi lascio con una poesia di Edgar Lee Masters particolarmente adatta alla stagione ed al mio umore.
Dipold the optician
What do you see now?
Globes of red, yellow, purple.
Just a moment! And now?
My father and mother and sisters.
Yes! And now?
Knights at arms, beautiful women, kind faces.
Try this.
A field of grain—a city.
Very good! And now?
A young woman with angels bending over her.
A heavier lens! And now?
Many women with bright eyes and open lips.
Try this.
Just a goblet on a table.
Oh I see! Try this lens!
Just an open space—I see nothing in particular.
Well, now!
Pine trees, a lake, a summer sky.
That’s better. And now?
A book.
Read a page for me.
I can’t. My eyes are carried beyond the page.
Try this lens.
Depths of air.
Excellent! And now?
Light, just light, making everything below it a toy world.
Very well, we’ll make the glasses accordingly.
Randy Pausch Last Lecture: Achieving Your Childhood Dreams
E’ probabilmente uno dei monologhi più toccanti degli ultimi anni, un esempio di semplicità e forza da non dimenticare.
C’è un’usanza alla Carneige Mellon University che invita dei docenti a tenere la cosiddetta “last lecture”, l’ultima lezione come se dovessero morire. Randy Paush l’ha tenuta e pochi giorni fa è morto davvero. Di seguito il filmato integrale dell’intervento.
[singlepic=340,170,190,,left]Interessante il post odierno di Grillo: un’aggiunta all’analisi dell’andamento delle cose in Italia oggi. E’ interessante come la situazione sia sempre più chiara, è preoccupante come solo poche persone hanno la capacità, ma soprattutto la forza di denunciare l’oggettività dei fatti.
In Italia la diffamazione paga. E’ una costola della disinformazione. Il bastone da usare contro i nemici e contro gli amici troppo intraprendenti. Una clava nodosa che ha colpito un po’ tutti. Bossi il pazzo che attaccava il mafioso di Arcore nei primi anni ’90. Fini, il giovane in carriera che voleva fare per conto suo, con la nuova compagna messa alla berlina da “Striscia la notizia”. Il giovanotto di belle speranze Azzurro Caltagirone ridotto a una macchietta.
Per i nemici, e qui si intendono per nemici quelli che non si sono fatti comprare, la razione è doppia, tripla, insomma, sempre abbondante. Chi non è in vendita è pericoloso. Non può essere ricattato. E come fai a fidarti di una persona che non puoi ricattare? Ai tempi delle bombe e dei corleonesi li facevi saltare per aria. Una botta e via. Ma allora l’informazione non era del tutto sotto controllo. Erano mezzi crudi, ma inevitabili. La mitragliata a Dalla Chiesa o il tritolo d’importazione militare fatto venire dal continente in via D’Amelio sono ricordi lontani. Le autostrade oggi servono per imporre il pizzo di Stato attraverso la concessionaria di Benetton. Distruggerle quando passa un giudice, come avvenne a Capaci, è un danno economico.
La diffamazione si nutre di fatti (falsi) , di giudizi (di parte), di aggettivi per squalificare. La Forleo diventa psicolabile, soprattutto piange. Che garanzie offre un giudice che piange. Una donna debole e fragile. Che abbia ragione è indifferente. Se tocca D’Alema va trasferita, lontano da Milano, a Cremona. De Magistris aveva messo il dito nella piaga del voto di scambio, dei fondi europei spartiti tra criminalità locale e partiti. E’ stato attaccato per il suo protagonismo, accusato di aver violato il codice. E’ stato assolto da ogni accusa e comunque trasferito a Napoli. I politici calabresi sotto inchiesta non sono stati trasferiti. La Calabria è piena di piscine pulite nelle ville del potere e piena di stronzi galleggianti nelle spiagge per i depuratori mai messi in funzione. Con le accuse contro di me si potrebbe riempire una enciclopedia. Il bello è che sono tutte false.
La diffamazione dell’avversario ha anche l’obiettivo di spostare l’attenzione dai MIEI problemi con la giustizia, ai TUOI problemi (inesistenti) con la giustizia. Alla MIA corruzione ai TUOI (inesistenti) abusi. Alla MIA vicinanza con persone condannate per mafia ai TUOI furori giustizialisti. Più sono lercio, più la merda che butto sugli avversari mi rende pulito.
Il Sistema è unito. Repubblica e Emilio Fede non sono diversi. Belpietro e Padellaro sono gemelli siamesi separati dalla nascita e uniti nella difesa del padrone.
Non possiamo andare avanti così. La diffamazione soft e hard va combattuta. E ormai un virus che infetta la mente del Paese. La gente crede a quello che decidono Berlusconi e De Benedetti e i poteri a loro collegati. E’ intossicata.Chiunque si espone per cambiare il Sistema è attaccato dai media con l’assoluta sicurezza dell’impunità. Il massimo che rischia è una multa. Nulla per distruggere una reputazione.
Da oggi è attivo un’indirizzo nel blog dal titolo: “Sputtaniamoli”.
Inserite i falsi articoli, i link e le informazioni sul giornalista che li ha firmati. Ne farò una rubrica fissa sul blog.
Experience: Last year I killed a man | Life and style | The Guardian
Last year I killed a man
* Vaughan Thomas
* The Guardian,
* Saturday July 19 2008
* Article historyAt 9.45am on Saturday, June 23 2007, I killed a man. A perfectly ordinary man, on a perfectly ordinary summer’s day. CCTV pictures show him entering the station, unremarkable among all the passengers going to the West End. He waited at the front of the platform until he could hear my train approaching, then he calmly stepped down on to the tracks and looked directly at me as he waited for the impact.
The impact was only a matter of seconds in coming, but those seconds felt like minutes. This wasn’t how it was meant to be. It wasn’t how I had imagined it during my years as a Central line train driver. We talk of “jumpers”; workmates tell of blurry images flashing in front of them, of the shock of the impact. I wasn’t expecting to see a young man in jeans and a summer shirt waiting for death, looking me in the eye.
As I hit the emergency brake, I was thinking, “Please, get out of the way. Now. Please let it be a prank.” Youngsters on the track are a regular event, though no less frightening for that, and for train drivers it’s something we learn to live with.
But this wasn’t a typical game of “chicken”: he wasn’t laughing and he wasn’t with friends. When it became clear he wasn’t going to move out of the way, I closed my eyes, covered my face and held my breath.
By the time we were stationary, four of my eight cars were in the platform and I was on autopilot. I told the passengers there would be a delay in opening the doors due to an “incident”, and was calling the line controller for assistance when I heard a tap on my cab door. A smart man inquired, “Do you know there’s a person under your train?” I looked at the blood on the windscreen momentarily before assuring him that, yes, I was aware.
He paused for a heartbeat, looked at his watch and said, “So, how long before we get on the move again?”
I was to look back on this exchange with amusement and also, strangely, comfort: in the midst of the horror, normality was briefly restored by a commuter asking for alternative travel arrangements.
I’d advised the passengers to stay where they were and not to try to open the doors because we weren’t fully in the platform; amazingly, they all complied. I walked back through the carriages opening the adjoining doors and shouting: “Please leave the train, and leave the station as quickly as possible!” Terrorist attacks were still very much on people’s minds, and as each carriage emptied I looked to the next, seeing anxious faces through the windows. No one tried to leave until I opened the doors. Only a few asked the reason, none complained. I was hugely impressed.
The next few hours were a blur of activity as the body was removed and service restored: station staff, police, firefighters, the emergency support unit and trauma counsellors all came and went in a smooth, well-practised exercise. I was reassured that it wasn’t my fault, that there was nothing I could have done; it was his choice. All of which I knew, but it was good to hear from someone else.
As a child of the enlightenment, a rationalist and an atheist, I was sure I wouldn’t be unduly affected by the death of a person unknown. I was told I’d need some time off in case of post-traumatic stress; I agreed to counselling to assess my fitness to resume work, but was convinced this would be a formality.
My return to work was speedy and for weeks I was seemingly unaffected. But in August a policeman came to brief me before the inquest and to show me the pictures. The unknown person now had a name, a family and a tragic story.
Henrik Alexandersson had moved from Sweden to find work in London; he was successful and popular, but had been unwell. For some reason, he’d convinced himself his illness was Aids-related and that week he had gone for a check-up to find out the truth. By that Saturday, he could bear to wait no longer: he called his parents in such a state of distress that they booked a flight to London (arriving just hours too late.) He left a suicide note, and headed off for his fateful meeting with me. Had he waited a day longer, he would have learned that the tests were negative.
I left work and went home in the full realisation that perhaps I am not such a rationalist after all, because I sobbed my heart out in the arms of my partner. A year has passed now, but I can still see Henrik standing on the track, awaiting the inevitable.