Sognando di riabbracciarti sotto un cielo terso

Io e mia mamma a passeggioOggi sono andato a pranzo in una piccola trattoria vicino al mio ufficio. Accanto a me, nel tavolino vicino, c’erano un ragazzo ed una signora anziana che chiacchieravano e si godevano il pasto. Era palese fossero madre e figlio. Lui, qualche anno più di me ma con la stessa voglia di scappare e scoprire il mondo; lei con lo sguardo di ammirazione malcelata che ogni madre ha per suo figlio quando ascolta qualcuno che sta diventando uomo, anche e soprattutto per merito suo.

Gli occhi mi si sono allagati e, a stento, ho ricacciato indietro l’onda di malinconia che stava per travolgermi… Mi sono rivisto in quel ragazzo, nei momenti in cui parlavo in modo appassionato di attualità e cose del mondo a mia mamma che, forse, per corso naturale delle cose, mi lasciava spazio facendosi piccola piccola, ammirandomi e seguendo il mio labiale come si segue un dio. Ho sempre saputo che in parte fingeva, ma questo serviva a me ed a lei per rinsaldare un legame che non necessitava di parole dirette o espressioni di affetto fisico;.

Mi manchi mamma, mi manchi ora più che mai. Ti rivedo in ogni minimo atteggiamento ed ora nutro un’invidia profonda per chi vede la propria mamma invecchiare e per chi ancora ne può godere. Guardo dall’esterno e lo vedo armeggiare con il suo iphone e capisco che gli errori sono gli stessi, la presunzione la medesima. Non ci accorgiamo di quanto poco tempo abbiamo e lo sprechiamo in inutili diversivi perchè non siamo più capaci di sostenere una conversazione di occhi che si scrutano nel profondo e davanti ai quali ti senti nudo ed indifeso.

Non so mamma, forse è stato tutto sbagliato, forse avresti dovuto scuotermi o farmi aprire gli occhi a suon di schiaffi ma non saresti stata tu, non avrei potuto mai immaginare mamma diversa o migliore di te.

Mi manchi, mi manchi come mi manca un pezzo di cuore.

Perfezioni

Perfezioni. Solo i buoni capiscono se stessi e i loro simili, come le anime soltanto capiscono le anime.

Il ragazzo che non voleva viaggiare (di Leonardo Soresi)

Desert LandscapesUn lento gocciolio d’acqua si stacca silenzioso dalla tunica di cotone di un uomo, tracciando una scia scura sulla sabbia gialla. Normalmente quella goccia d’acqua non attirerebbe la mia attenzione, ma quell’uomo sono io e la sabbia su cui cammino è quella dell’erg El Rhôual, un oceano di dune nel Sahara marocchino. Mi sono accorto troppo tardi di un piccolo foro nella guerba, l’otre in pelle di capra che porto a tracolla e ora sono rimasto senz’acqua: un bel guaio considerando che sono a oltre 200 km dai primi segni di civiltà.

Sono completamente solo: a farmi compagnia è rimasto il vecchio zaino, che mio padre mi aveva regalato per il diciottesimo compleanno. Povero papà… mi vedeva sempre chiuso in casa, chino sui libri: aveva paura mi dimenticassi di vivere la giovinezza. Nello zaino aveva messo anche un biglietto InterRail: era tutto quello che poteva permettersi, ma era molto più di quanto servisse per cambiarmi la vita. Mi viene da sorridere ripensando alla mia delusione quando avevo aperto il pacco: sapeva che desideravo tanto un nuovo computer! Come aveva potuto pensare che mi interessasse viaggiare su un sedile di treno, sporco e puzzolente come un barbone? Io non volevo viaggiare. Volevo diplomarmi con il massimo dei voti, iscrivermi alla Bocconi e diventare un manager ricco e invidiato. E lasciare quel buco di paese in cui le ragazze non avevano occhi che per teppistelli su motorini rumorosi. Quel primo viaggio… che tenerezza ripensarci adesso disteso sulla calda sabbia del deserto!

Allora credevo che viaggiare non fosse altro che visitare i musei indicati nelle guide. Quell’esperienza mi aveva insegnato che in un viaggio si scopriva ben altro, come gli occhi verdi di una ragazza dai capelli rossi che sedeva in fondo ad un bistrot parigino, triste, dopo che un ragazzo si era alzato dal suo tavolo e, senza salutarla, se ne era andato. O come quel ragazzo londinese, riverso in una pozza del suo stesso vomito, che aveva cercato una fuga disperata in una siringa. Ma anche il grande mare oceano che al tramonto inghiottiva il sole al largo delle isole Aran.

In quel viaggio imparai a concedermi il tempo per conoscere le persone, scoprendo che sono infinite e insospettate le storie che si celano dietro ogni uomo. Tornato a casa, niente era più come prima: i miei amati libri ora mi sembravano incompleti, aridi, perché pretendevano di raccogliere in parole e formule tutto quello che c’era là fuori, che senza sosta nasceva e moriva, cresceva e sfioriva, lasciando dietro di sé niente altro che orme sulla sabbia che presto il mare del tempo avrebbe cancellato.

Il khamsin riprende a soffiare dolcemente e mi porta alle narici l’odore delle distese sabbiose. Chiudo gli occhi e ripenso al primo incontro con il deserto, quasi una rivelazione, nel Fezzan libico. Quella notte mi ero allontanato dai fuochi del bivacco per vedere meglio l’immensa notte africana, pazza di stelle, che fa brillare gli occhi di chi si ferma a guardarla. Ad un tratto avevo avvertito una vertigine, quel “battesimo della solitudine” di cui parlano le guide tuareg: avevo sentito il mio spirito espandersi all’infinito verso quell’immensità deserta, avventurandosi nelle profondità della notte. Era l’incontro con qualcosa di più grande, forse Dio, forse l’anima della terra. Come essere senza peso, trasportati via lontano da un alito di vento. Come rimanere sospesi oltre l’orlo di un precipizio per sempre. Nessuna droga poteva dare una sensazione del genere.

Da quel giorno erano iniziate le mie peregrinazioni sahariane: Murzuq, Tassili, Acacus, Tanezrouft, Tenerè. Per gli altri erano solo nomi dati ad un immenso Sahara che credevano tutto uguale, mentre per me erano diventati luoghi amici che mi avevano impregnato di amore per la terra e per gli uomini che la abitano: aveva ragione il vecchio Mondo a sostenere che non c’è niente di meno noioso del deserto.

Ma adesso sono arrivato alla fine della strada e ben presto diventerò parte di questa sabbia di cui ormai ho il colore e l’odore. Che senso ha avuto il mio viaggiare? Non riesco a provare paura, ma solo rimpianto per i luoghi che non riuscirò a vedere. Ho sempre saputo che in queste spedizioni africane poteva capitarmi l’imprevisto e morire… ma la morte non è un prezzo abbastanza alto per rinunciare a tutta la bellezza del mondo. Ho imparato che non bisogna diventare schiavi della paura, rinchiudendosi a doppia mandata dietro pesanti porte blindate, in case sicure in cui la vita ha cessato però di abitare. No, meglio dormire sulla nuda terra sotto le stelle azzurre che tremano di freddo, rischiando di morire ma per fortuna anche di vivere. Perché vivere è un viaggio senza mappa né bussola, in cui solo la paura e la prudenza ti fanno smarrire.

Chi torna da un lungo viaggio si stupisce nel vedere gli amici d’infanzia, invecchiati e ingrigiti, soffocati da matrimoni senza slanci, da occupazioni che non amano. Da giorni tutti uguali passati ad annegare il malessere, chi con un’amante, chi davanti ad un televisore. Da scelte prudenti e sicure che non lasciano mai lo spazio per inseguire un sogno che fa battere il cuore. Chi viaggia torna invece con qualche ruga e qualche capello grigio in più, ma nei suoi occhi continua a brillare la scintilla dei vent’anni. Gli altri guidano auto sempre più grandi in orizzonti sempre più ristretti; lui si sposta a piedi, ma il mondo è diventato la sua casa. Gli altri ricorrono a chirurghi estetici e diete miracolose, tutti preoccupati di aggiungere anni alla vita; lui, viaggiando, aggiunge vita agli anni che gli sono stati dati.

Sono felice e orgoglioso della vita che ho scelto: mi alzo e decido di camminare fino a cadere stremato per terra, non per cercare un’improbabile salvezza in mezzo al mare di sabbia, ma per gridare al vento che la mia vita altro non è stato che un voler guardare cosa c’è al di là dell’orizzonte.

Mi incammino lentamente su su per il crinale della duna. Arrivato in cima mi fermo a guardare il panorama disegnato dai cavalloni di sabbia. Il cuore mi si apre d’amore per il mondo. Poi guardo in basso per iniziare la discesa e la vedo. Una semplice, piccola, pozza d’acqua, una guelta sahariana, uno di quei miracoli che chi non ha attraversato il deserto non sa apprezzare. Mi siedo e mi metto a ridere. Se qualcuno mi vedesse ora, seduto a gambe incrociate mentre rido nel silenzio degli spazi infiniti, penserebbe che sono pazzo. Se guardasse l’acqua della guelta vedrebbe invece riflessa l’immagine di un ragazzo che non voleva viaggiare, diventato un uomo che viaggia tra la sabbia e le stelle, rimanendo ragazzo.

Due miserie in un corpo solo

Ciascuno è figlio del suo tempo e, come si sa, nessuno può scegliersi il genitore.
Spesso però, il riflesso di altri tempi, di chi quella memoria la conserva, ci lascia percepire l’ombra di quei giorni; un pallido simulacro che conserviamo gelosamente in qualche nascondiglio affinchè possiamo costruirci sopra la nostra idea di realtà.

Giorgio Gaber, nel suo pezzo “Qualcuno era comunista”, offrein modo sublime, un disegno multiforme della società non solo di una epoca definita, ma di più epoche; un sentimento comune che, al di là dell’appartenenza politica, abbracciava tutti indistintamente, sollevandoli dalle proprie miserie quotidiane, facendoli sentire un po’ più Gabbiani… Gabbiani Ipotetici

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Mia madre (3 elementare) mi diceva: “Mai dire bugie”…

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Penso che le parole di Enzo Biagi potrebbero riecheggiare nel corso degli anni… La differenza è che se l’erano presa con un uomo di 85 anni che probabilmente aveva fatto fin troppe battaglie per avere la forza/voglia di lottare ancora.

Intervento spettacolare di Santoro nella puntata di Annozero di ieri sera (20/05/2010)… Grazie a Dio esiste ancora qualcuno che usa la tolleranza per pulirsi ben altro posto che non la lingua.

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